C’è un momento, spesso minuscolo, in cui capisci che non è “solo un cane che fa capricci”. Chiudi la porta, senti un guaito, magari un abbaio che cresce, e ti resta addosso quella sensazione di ansia da separazione che, in realtà, sembra contagiare anche te. La buona notizia è che si può lavorare davvero bene, con metodo e pazienza, e gli educatori cinofili tendono a concordare su due pilastri: desensibilizzazione graduale e controcondizionamento.
Prima di tutto: riconoscere i segnali giusti
Non tutti i comportamenti “da solo” sono ansia. Quando però l’emozione prende il sopravvento, i segnali diventano abbastanza chiari:
- vocalizzazioni persistenti (pianti, ululati, abbaio continuo)
- distruzione mirata (porte, finestre, oggetti vicino all’uscita)
- bisogni in casa anche se il cane è abituato fuori
- iperattaccamento (ti segue ovunque, fatica a rilassarsi senza contatto)
- agitazione già ai “rituali” di uscita (chiavi, scarpe, giacca)
Se questi sintomi sono intensi o improvvisi, vale la pena escludere prima una causa medica con il veterinario. È un passaggio poco “romantico”, ma spesso decisivo.
Il pilastro numero uno: la desensibilizzazione graduale
Qui l’idea è semplice e potente: insegnare al cane che la tua assenza non è un evento drammatico, ma qualcosa che accade, finisce, e non fa male.
Funziona così, in pratica:
- Scomponi l’uscita in micro passi: prendi le chiavi, poi le rimetti giù. Indossi la giacca, poi ti siedi.
- Esci per tempi ridicoli: 3 secondi, 10 secondi, 30 secondi. Sì, sembra poco, ma è proprio questo il trucco.
- Aumenti solo se il cane resta calmo: se compare agitazione, hai corso troppo, torni allo step precedente.
- Rientri con normalità: niente addii lunghi, niente feste esagerate. Calmo fuori, calmo dentro.
Un’immagine utile è quella della palestra: non alzi 50 kg il primo giorno. Con l’ansia vale lo stesso, si costruisce tolleranza un pezzetto alla volta.
Il pilastro numero due: controcondizionamento e rinforzo positivo
Il controcondizionamento cambia il significato emotivo della separazione: da “tragedia” a “momento interessante”. Qui entrano in gioco strumenti semplici, ma scelti bene.
Prova così:
- dai un Kong farcito o un gioco da masticare solo quando esci
- usa giochi interattivi che richiedono calma e problem solving
- insegna un comando di base come “aspetta” o “resta”, premiando la tranquillità
- interrompi l’esercizio prima che il cane vada “fuori soglia”, meglio finire con successo che forzare
Il punto chiave è la coerenza: l’esperienza positiva deve arrivare sempre, e deve essere abbastanza appetibile da competere con la preoccupazione.
Routine, spazio sicuro e piccoli accorgimenti che fanno la differenza
Molti educatori consigliano di curare l’ambiente come se fosse una “stanza di decompressione”.
- crea uno spazio sicuro (cuccia, area delimitata, trasportino se già gradito)
- riduci stimoli esterni, ad esempio tende chiuse se il cane si attiva guardando fuori
- prova musica rilassante a volume basso, costante
- valuta feromoni ambientali come Adaptil, come supporto, non come soluzione unica
E soprattutto, evita due trappole comuni:
- punizioni (peggiorano stress e confusione)
- sgridare al rientro, perché il cane non collega “cosa è successo” con “cosa stai dicendo”, sente solo tensione
Quando serve un professionista (e perché non è una sconfitta)
Se il cane va in panico, si ferisce, o non riesci a fare progressi dopo alcune settimane, è il momento giusto per un educatore cinofilo o un veterinario comportamentalista. In alcuni casi, un supporto farmacologico come la clomipramina può essere valutato dal veterinario, così come rimedi naturali (lavanda, Fiori di Bach), ma sempre dentro un piano strutturato.
Tempi realistici: settimane, a volte mesi
La parte meno “click” è questa: non esiste una bacchetta magica. Però esiste una strada. Con costanza, micro progressi e un programma su misura, molti cani imparano a restare soli con serenità. E quando li rivedi dormire tranquilli mentre sei fuori, capisci che non hai solo risolto un problema, hai insegnato una competenza emotiva.




